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Parla il dott. Antonio Rosario Cavallaro, direttore dell’IAOM-AISeRCO, scuola di Osteopatia con sede a Palermo.

   
  1. Cosa significa per gli osteopati l’attuazione del riconoscimento della loro professione?

Significa maggiore considerazione sociale e professionale, maggiore autonomia e futuro inserimento nell’organico di strutture sanitarie. Come tutte le professioni, sanitarie soprattutto, significa anche maggiore responsabilità professionale e rischio clinico. Si spera però in un riconoscimento che preveda un percorso formativo più ampio, in termini di anni di formazione perché, come sappiamo, il percorso per formare un osteopata è basato oltre che sulle ore di didattica frontale anche sul tempo di maturazione dell’abilità palpatoria tipica della nostra professione. Già da tempo altre professioni sanitarie in Italia chiedono dei corsi di laurea superiori a tre anni; in Spagna, Portogallo e molti altri paesi europei, per esempio, i corsi di fisioterapia e delle altre professioni sanitarie sono di durata quadriennale.  
  1. Qual è il contributo che le Scuole possono dare all’attuazione?

Le scuole sono il “tempio” della formazione, conoscono bene come strutturare un percorso formativo, per cui chi meglio di loro può fornire il così detto “core curriculum” alle istituzioni? Visto che non c’è nessuna formazione pregressa in Osteopatia, di tipo universitario, in Italia la miglior esperienza può essere fornita dalle Scuole che da anni si occupano di formare veri professionisti osteopati, di ottimo livello, già perfettamente integrati e rispettati dall’intero movimento osteopatico europeo e non solo. Non considerare questo vasto patrimonio di cultura potrebbe essere un grave rischio per la formazione del futuro.  
  1. Com’è cambiata la percezione dell’osteopatia in Italia?

Negli ultimi tempi la parola osteopatia sta avendo sempre maggiore risonanza, grazie al ruolo dei media e dei social, delle associazioni più rappresentative sul territorio e anche grazie al “passaparola” tra i cittadini. Prima una persona arrivava dall’osteopata solo dopo aver provato altre soluzioni per il suo problema, su proposta di suoi conoscenti o parenti che gli consigliavano di sottoporsi ad una visita osteopatica. Inoltre, oggi assistiamo sempre più al fatto che medici e altri professionisti sanitari inviino i loro pazienti dagli osteopati, magari perché non possono assumere determinati farmaci o, molto spesso, perché non vogliono assumerli o per le specifiche del trattamento osteopatico, sempre più presente nelle coscienze e conoscenze di altri professionisti sanitari.  La percezione dell’Osteopatia appare quindi migliorata, sembra essere vista come una soluzione sinergica e di collaborazione tra le diverse professioni sanitarie, ma anche come una professione caratterizzata da una sua dignità e autonomia. In pratica viene percepita come una professione sanitaria sicura e affidabile.  
  1. All’estero, laddove ha uno statuto diverso, come viene considerata l’attività di osteopata?

Il numero di Paesi europei in cui l’osteopatia è riconosciuta è in costante crescita. Oggi l’Osteopatia è regolamentata in Gran Bretagna, dov’è sbarcata nel 1911 con la fondazione della British Osteopathic Association, e dove, nel 1993, la professione è stata riconosciuta legalmente ed inserita nel sistema sanitario inglese. Fin dal 1998, nel Regno unito esiste il General Osteopathic Council, organo predisposto alla tutela degli standard formativi, dello sviluppo professionale e della sicurezza dell’utenza. È inoltre regolamentata in Danimarca, Francia, Islanda, Lichtenstein, Lussemburgo, Malta, Portogallo, Russia, Svizzera, Turchia. In particolare, in Danimarca, Gran Bretagna, Portogallo, Lussemburgo, Svizzera, a Malta e in Islanda l’Osteopatia è una professione sanitaria (Fonte: ROI).  
  1. Scuola di osteopatia: patrimonio di sapere ed esperienza da salvaguardare, come farlo?

Quando inizieranno i percorsi universitari, dopo i decreti attuativi, molto probabilmente le scuole private dovranno interrompere le loro attività formative. Questo, di certo, non significherà che le scuole non saranno più presenti nel territorio; esse, infatti, potrebbero avere delle convenzioni con le università o accordi di diversa natura, considerata l’autonomia di scelte e azioni che hanno le stesse università. Potrebbe essere così, ad esempio, per la parte della didattica professionalizzante o, ancor più, per quella riguardante il tirocinio clinico, elemento fondamentale per la formazione “pratica” del professionista osteopata. Potrebbero occuparsi anche della formazione cosiddetta “post base”, dei due anni di specialistica e/o della formazione postgraduate e di master dedicati. Dopo l’abilitazione, attraverso percorso universitario, vi sarà anche la necessità di aggiornamenti professionali continui in Osteopatia, e, dunque, anche l’obbligo di crediti ECM (Educazione Continua in Medicina) o forse ECO (Educazione Continua in Osteopatia). Di tutto ciò le Scuole possono essere le naturali incaricate e, sicuramente, le più adatte a svolgere questo ruolo.

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